90 Giorni tra i Ghiacci: Chiara Montanari ci racconta la sua esperienza in Antartide
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90 Giorni tra i Ghiacci: Chiara Montanari ci racconta la sua esperienza in Antartide

Sostando in una libreria, di ritorno da un viaggio, mi sono imbattuta nel libro “Cronache dai Ghiacci – 90 Giorni in Antartide” di Chiara Montanari. L’ho letto tutto d’un fiato spinta dalla passione per i “paesi freddi” e dall’originalità dell’argomento.

 

Ho pensato subito di non fare una semplice recensione ma di contattare l’autrice. Nel libro ho trovato la stessa mission di questo Progetto “My TraveLife“: accendere nei lettori l’emozione che certi viaggi suscitano in noi, di come cambiano la nostra resilienza alla vita, di come ci cambiano.

 

Chiara Montanari, pisana classe ’74, ingegnere esperta di leadership e team building in ambienti estremi, è stata la prima italiana a capo di una spedizione in Antartide. Già dalla fine del 2003 e per 4 volte ha fatto parte delle missioni scientifiche all’estremo sud del pianeta. Nel 2003 fu l’unico ingegnere donna che si occupava delle spedizioni della base antartica Concordia e della gestione dei progetti di ricerca.
Nel 2008 e nel 2009 è stata capo della spedizione Concordia mentre nel 2013 ha ricoperto l’importante ruolo di capo della logistica.

 

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L’Antartide, con la sua superficie di 14 milioni di Km quadrati ospita tre basi principali: due sulla costa (la Stazione italiana Mario Zucchelli nella Baia di Ross e la Stazione francese Dumont d’Urville a 1250 km di distanza) mentre la Stazione Concordia si trova internamente a 1200 Km dalla Stazione Mario Zucchelli.

 

Antarctica_6400px_from_Blue_MarbleOgni anno scienziati di tutto il mondo si alternano in questo posto estremo per studiare e condurre ricerche sullo stato dei ghiacci e del pianeta, ma anche sulle persone stesse che lo abitano e che arrivano in modo volontario spesso rischiando la propria vita.

 

Concordia è la base di ricerca italo-francese situata sull’altipiano antartico a 3300 m di altitudine. Un luogo isolato da tutto, un ambiente ostile, dove le condizioni climatiche impediscono qualsiasi tipo di vita.

 

Per tutta la sua permanenza, durata tre mesi dell’estate australe, Chiara Montanari ha tenuto un diario che si è trasformato nel libro “Cronache dai Ghiacci” in cui, grazie a uno stile narrativo avvincente e ironico ci regala uno spaccato di vita fuori dal comune dove regnano sovrane la determinazione, la disciplina ed il gruppo.

 

Chiara Montanari, insignita nel 2014 dell’Ambrogino d’Oro dalla Città di Milano, per l’impegno nell’innovazione e nella ricerca, condivide con My TraveLife ed i lettori, il suo viaggio, la sua esperienza di vita, per rendere meno lontano un posto come l’Antartide e per far sapere che c’è chi ne parla come fosse stato casa sua, perché è stato così.

 

Chiara, il tuo libro inizia parlando della “paura” del viaggio più che della missione o del ruolo che ricoprirai (quello di Capo della Logistica).
La paura è un sentimento che accompagna spesso i viaggiatori, tu come l’hai affrontata?

 

Chiara: << E’ normale essere attraversati dalla paura quando si deve affrontare un nuovo territorio, è un istinto primordiale. Però, come per la maggior parte dei viaggiatori, per me il senso del viaggio è nella trasformazione. Quindi, ci vuole un po’ di coraggio iniziale, poi, a poco a poco, alla paura si aggiungono tutti gli altri sentimenti, tra cui la meraviglia, la fascinazione e il senso di arricchimento.
Alla fine la dimensione del viaggio prende il sopravvento sulla preoccupazione.
In due passaggi del libro descrivo questa trasformazione:
Dieci anni fa, la prima volta che ho assistito allo spettacolo delle forme e dei colori del ghiaccio, mi sono sentita annullare in una contemplazione che si è portata via ogni altro pensiero.

 

Ti abitui a tutto, anche alle situazioni più estreme, quando ti ci trovi. Dopo un po’, la paura lascia il posto a qualcos’altro, più simile all’inquietudine, che a poco a poco si stempera per dissolversi nell’abitudine”. >>

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Dalle prime pagine subito chiarisci “Quando sento parlare del mal d’Africa, penso che anche l’Antartide meriterebbe una sua sindrome, intensa almeno quanto quella di Stendhal”.
Le tue esperienze in Antartide a cosa ti hanno insegnato a rinunciare?

 

Chiara: << Alla smania di controllo.

 

Credo che una delle cose più interessanti di questa esperienza sia l’aver capito quanto è miope e autolimitante cercare di controllare completamente quello che ci circonda, attraverso le nostre anticipazioni e le nostre aspettative.
Nelle nostre vite urbane siamo sempre meno abituati a farci sorprendere dagli imprevisti, così, quando arrivano, spesso ci sentiamo frustrati e delusi.
In Antartide l’incertezza regna sovrana e la nostra attività di anticipazione è messa a dura prova.  Il risvolto positivo di questa esperienza è l’aver imparato a  mantenere un obiettivo generale, e contemporaneamente, osservare quello che mi circonda senza perdere di vista quel che accade per poi usarlo nei piani futuri. In questo modo, oltre che evitare inutili frustrazioni, rimango aperta ad accogliere tutte le nuove opportunità che non avevo previsto.

 

Come scrivo nel libro, fare delle scelte in un ambiente dove domina l’incertezza assomiglia molto a quello che fanno i musicisti di un quartetto jazz: ciascuno aggiunge la propria nota al momento giusto sulla base dello “swing” che riconosce nel pezzo. Ci vuole molta abilità per agire con precisione e armonia al ritmo di una situazione in continuo mutamento. >>

 

“Qui tutti devono dare una mano quando serve e questo è un aspetto della vita di Concordia che amo particolarmente. Partecipare fisicamente alle attività per la sopravvivenza della base contribuisce molto a costruire i legami e rafforza il nostro gruppo, esattamente come avviene in una piccola comunità”. 
Nel libro però emergono anche le tensioni inevitabili in un gruppo.
Come hai imparato a gestire il conflitto in situazioni difficili?
Le esperienze precedenti in Antartide quanto ti hanno insegnato prima del tuo ultimo ruolo come Capo della Logistica in
Concordia?

 

Chiara: << In una base nel bel mezzo di un deserto di ghiaccio, dove una sessantina di persone convivono ammucchiate in piccoli spazi, è inevitabile che ci siano tensioni e conflitti.  Per gestirli è necessario avere soprattutto tanta pace interiore!

 

Scherzi a parte, specialmente in un ambiente così pieno di rischi, dove un banale disaccordo può mettere in pericolo tutto il gruppo, è necessario mantenere i nervi saldi e le mie precedenti esperienze come capo spedizione sono state molto formative in questo senso.
In quel ruolo il mio compito era proprio creare quell’atmosfera di rispetto, dialogo e fiducia che è fondamentale alla collaborazione del gruppo e al successo della missione.
In generale, in caso di conflitto tutti i miei sforzi sono rivolti a focalizzare l’attenzione dei contendenti sulle situazioni specifiche invece che sulle persone o sui concetti astratti; inoltre, cerco di  moltiplicare il più possibile i punti di vista e le possibili soluzioni per uno stesso problema. In questo modo le persone tendono a perdere l’emotività in eccesso e a tornare ragionevoli.

 

Poi le cose dipendono dalla situazione e dalle persone che hai di fronte e, al di là del dialogo, se lo scontro diventa inevitabile mi sembra fondamentale anche sapersi difendere. Per esempio, io pratico kung fu e quest’arte marziale offre ottime metafore di autodifesa. >>

 

In questi ambienti incontaminati spesso ci si accorge che non si è padroni del mondo ma semplicemente abitanti. “Forse, solo qui, alla fine del mondo, è così facile visualizzare l’immagine del tuo corpo mentre sta guardando in alto, verso l’universo.
In quale frangente della tua ultima esperienza hai percepito di più la piccolezza dell’uomo nei confronti della natura e dell’universo?

 

Chiara: << Sicuramente tutta l’emergenza che abbiamo vissuto per la mancanza di carburante, causata dalle condizioni anomale del pack* sulla costa, ci ha dato un monito inequivocabile. Ma, a dire la verità, lo spettacolo della distesa di ghiaccio che si perde all’orizzonte e della volta celeste che ci avvolge è sempre sconcertante e, ogni volta,  basta questa visione per ricordarmi che siamo solo dei fragili ospiti in un universo molto più vasto.>>

 

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(pack*: “Strato di ghiaccio marino derivato dallo sgretolamento della banchisa. Se frammenti di pack si uniscono tra loro si forma un ice field, enorme banco galleggiante di parecchie migliaia di Km quadrati. Risulta più pericoloso degli iceberg perché, quando i pack si saldano tra loro, possono “imprigionare” le navi. Fonte: Wikipedia)

 

“L’Antarctique, c’est pas facile…” E’ la frase che risuona spesso nei corridoi.
Tu che sei tornata in Antartide diverse volte, hai pensato, in qualche momento, di dire che sarebbe stata la tua ultima volta e cosa ti ha spinto invece a ritornare?

 

Chiara: << Come nella vita quotidiana, anche in missione capitano momenti di sconforto. A volte ti viene voglia di prendere il primo volo e tornare a casa o, peggio ancora, vorresti non essere mai partita.
Ma la cosa interessante del vivere in Antartide è che le giornate sono dense e piene di eventi, così, anche gli stati d’animo passano velocemente.
Quello che ti spinge a tornare è il mal d’Antartide: una vertigine fatta di spazi sconfinati, natura allo stato puro, senso di sfida e di ricerca.>>

 

Tra le diverse attività scientifiche che vengono svolte nella Stazione Concordia qual è quella che ti ha incuriosito maggiormente?

 

Chiara:<< Le attività di ricerca che si fanno a Concordia sono di alto livello e sono molto entusiasmati, quindi è davvero difficile sceglierne una.
Forse il progetto più sorprendente che ho supportato, è stato l’installazione di uno strumento cosmologico che studiava la radiazione cosmica di fondo, cioè la radiazione prodotta dalle fasi iniziali della nascita dell’universo (il cosiddetto Big Bang).
Mi sembrava incredibile che questo sistema potesse catturare – proprio sotto i miei occhi – le tracce di un passato così remoto.>>

 

C’è un viaggio che hai fatto e che ti ha segnato quanto l’Antartide anche se magari in modo differente?

 

Chiara: << Per me è impossibile paragonare l’Antartide a qualsiasi altro viaggio. Però, recentemente sono stata in Bhutan, il paese che ha scelto di abbandonare il PIL (Prodotto Interno Lordo) come misura del benessere dei propri cittadini e di sostituirlo con il FIL, la Felicità Interna Lorda, che ha una dimensione ben più ampia della sola scala economica.
Nel viaggio ho avuto l’opportunità di parlare con alcune personalità di spicco del governo e del centro di ricerca che si occupa della definizione di questi indicatori multidimensionali di benessere.
E’ stata un’esperienza molto diversa dall’Antartide, ma altrettanto interessante in termini di ribaltamento delle prospettive.>>

 

Ringraziamo e salutiamo Chiara Montanari che non solo ci ha raccontato un pezzo di mondo così lontano ma anche un pezzo di un viaggio che l’ha segnata profondamente.

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