Sul Monte Terminillo vedo nascere le pecore
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Sul Monte Terminillo vedo nascere le pecore

Quando vado in montagna per me è sempre una sfida con me stessa. Non sono allenata…lo ero ma non lo sono più (anche se desidero ricominciare…mi sto organizzando :)). La sfida è arrivare, superare la fatica, vincere la stanchezza, vincere i pensieri. Camminare in montagna fa sembrare tutti i pensieri così piccoli, la stanchezza che si prova salendo è così forte che tornare alla “vita di tutti i giorni” è più facile. La natura è più forte, più forte di tutto e di tutti.

Questa volta mi sono cimentata con il Monte Terminillo 2217,13 m di altitudine. Si arriva con la macchina al paese omonimo Terminillo in provincia di Rieti, c’è anche un bus dalla stazione ferroviaria di Rieti. La salita non è faticosissima, ma pur sempre impegnativa, il sentiero è tracciato e facile da individuare. E’ segnato come 401 con il colore ben noto a chi va in montagna rosso e bianco. Non ci sono alberi, il sole picchia forte, salendo ho incontrato un gregge di pecore, erano tantissime ed io da “ragazza di città” mi sono subito fermata…non sapevo che fare, ci passo in mezzo? le aggiro? aspetto? La prima azione è stata quella di aggirarle uscendo un po’ dal sentiero, ma quando una persona aggira le proprie paure, prima o poi le si ritrovano di nuovo davanti e infatti il gregge (a cui poco interessava, a differenza mia, che cosa facevo e dove andavo) ha deviato il percorso nella stessa mia nuova direzione. Ero spacciata! Così la seconda opzione è stata quella di aspettare. Ma cosa? Quelle stavano lì a mangiare, non è che dovevano sbrigare una commissione con la vita frenetica umana e andarsene in chissà quale altro posto al più presto. Pascevano beatamente, ogni tanto mi guardavano e forse avranno pensato “guarda questa…ho pena di lei” oppure non avranno pensato proprio niente, mi guardavano così come l’attimo successivo avrebbero guardato per terra l’erba che dovevano mangiare. Che invidia che mi facevano. Io invece, mi perdevo a scattare foto, facendo la vaga, ogni tanto qualcuna di loro si è messa anche in posa. Alla fine mi sono fatta coraggio e non mi restava che l’ultima opzione: passare in mezzo. E non è successo proprio nulla e così ho sorriso, sempre un po’ timorata e circospetta finchè non vedo il CANE e il pastore…a cui chiedo se il cane è buono…lui mi risponde in spagnolo di non preoccuparmi.

Proseguendo in mezzo al gregge vedo una cosa bellissima, una pecora aveva appena partorito e vedo l’agnellino alzarsi in piedi per la prima volta, la sua mamma lo leccava per pulirlo e la naturale amorevolezza con cui gli stava vicino ma lasciandolo solo a fare i primi passi è stato emozionante e ricco di significato. Continuando il percorso sono arrivata in vetta, con tanta stanchezza sono scesa…le pecore erano dal lato opposto, il mio alluce era dolorante e il mignolo del piede aveva una grossa vescica. Le mie guance erano rosse e leccando le mie labbra sentivo il salato del sudore che si era asciugato. Arrivata al paese vado a bagnarmi il viso e a bere alla fontanella per strada, freddissima pulisce via il sudore che sembra sabbia sul mio viso, tolgo le scarpe da trekking e indosso le infradito, mi siedo in macchina e torno verso casa, ancora in silenzio, ancora negli occhi la gioia di aver incontrato la natura e di essere stata ripagata con gentilezza e forza. Ho sempre qualcosa da imparare ogni volta che vado in montagna.

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