INDIA: viaggiare facendo volontariato
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INDIA: viaggiare facendo volontariato

Esiste un modo di viaggiare unico che non permette solo di scoprire un luogo in cui non si è mai stati ma anche immergersi nella cultura locale e scoprire la parte migliore di se stessi. E’ il viaggio finalizzato a compiere un’esperienza di volontariato.
Oggi parliamo con Francesca che racconta il suo viaggio come esperienza di volontariato in India a Madurai.
Francesca è italiana e vive a Londra dove lavora. Si è sempre impegnata in attività di volontariato affiancando associazioni cittadine che si occupano di bambini che hanno storie difficili e spesso che hanno bisogno di una guida adulta.
Cosa ti ha spinto ad andare in India con una missione piuttosto che con un tour operator?
L’idea di esplorare l’India mi ha da sempre affascinato ma non volevo vedere l’India come una semplice turista volevo viverla in modo autentico come una persona del posto. Volevo fare un esperienza che mi permettesse vedere il vero volto dell’India e non quello che le agenzie turistiche costruiscono per gli occidentali.
Qualche anno prima avevo fatto un altro viaggio in Egitto, un pacchetto viaggio dove è tutto incluso (hotel, trasporti ed escursioni). L’organizzazione è stata impeccabile ma non penso di avere veramente vissuto l’Egitto.
Per il mio viaggio in India desideravo qualcosa di diverso. Volevo fosse un’opportunità per apprezzare appieno un’altra cultura e un altro modo di vivere e nello stesso tempo dare maggior valore a quello che la vita mi ha dato e al tempo che ho a disposizione.
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Parlaci della tua quotidianità in India.

 

La routine di quel periodo è stata totalmente diversa da quelladi una vacanza. La sveglia era alle 5 del mattino insieme ai bambini dell’orfanotrofio. Quell’ora era perfetta per farsi una doccia fresca e fare in modo che i bambini fossero vestiti e lavati pronti per scuola. Alle 7 si faceva colazione tutti insieme seduti per terra in modo ordinato. L’autobus per la scuola arrivava intorno alle 8 del mattino e i bambini più piccoli che rimanevano in orfanotrofio iniziavano la scuola.

 

 

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Le lezioni in orfanotrofio erano molto semplici, come in un asilo. Imparare alcune canzoni, fare dei giochi e disegnare. Così passava la mattinata fino alle 12:30 ora del pranzo.
Subito dopo il pranzo e dal momento che faceva molto caldo nelle prime ore del pomeriggio, molto spesso trovavo una zona d’ombra per riposare o leggere.
Alle 16 ritornavano i bambini più grandi da scuola ed era ora di fare il bucato, ascoltare i racconti di scuola e fare i compiti. Non c’era molto da fare dopo cena e la TV si accendeva solo durante il fine settimana quindi le luci all’orfanotrofio si spegnevano alle 20.
Alcuni pomeriggi sono riuscita a liberarmi dagli impegni quotidiani e visitare la città con altri volontari che erano in zona.

 

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Entrare in contatto con questo aspetto così intimo della cultura locale che cosa ti ha fatto pensare e come ha arricchito il tuo viaggio?

 

Questa esperienza mi ha fatto riconsiderare le cose importanti della vita ed avere un così detto “reality-check”. Quando si vive in grandi città come Londra un po’ si perde il contatto con la semplicità della vita e questo viaggio mi ha aiutato a riassestare le mie priorità. Mi ha fatto capire che davo per scontato molte cose e che invece non sono così in altre parti del mondo.

Credi che possano farlo tutti? Come organizzare un “viaggio” di questo tipo?

 

Non credo sia un esperienza per tutti. Penso che ci vuole un grande coraggio e una grande umiltà per abbracciare appieno la cultura indiana senza pregiudizi, senza preconcetti e sopratutto senza cercare di imporre il proprio modo di pensare ma cercare di accettare gli usi e costumi di quel posto.

 

Ricordo ancora i primi giorni della mia esperienza ho visto cose che non credevo fossero possibili e mi sono sentita piena di rabbia, non potevo sopportare quello che vedevo accadere intorno a me. Chiamai il mio supervisor e riversai tutta la mia rabbia in quella conversazione. Quando mi calmai, lei fece un respiro profondo, come rassegnato e mi disse:

 

“Pensavi davvero di venire in india per 2 settimane e portare i tuoi usi e costumi occidentali? Prima di iniziare a giudicare, devi vivere la cultura indiana, devi pensare e agire come un indiano. Solo a quel punto puoi decidere se ti piace o no”.
Per quanto riguarda l’organizzazione, io sono stata fortunata a trovare una organizzazione di volontariato su internet che organizza questi viaggi si chiama Project Abroad. Mi ricordo che andai a uno degli “Open day” che organizzavano a Londra. Ho avuto cosi modo di parlare con volontari che avevano fatto questa esperienza prima di me e domandare qualsiasi cosa mi preoccupasse. Mi hanno seguito durante tutto il percorso, prima durante e dopo il viaggio ed è stato rassicurante avere qualcuno su cui poter contattare in qualsiasi momento.

 

Perché hai scelto l’India?

 

L’india mi ha sempre affascinato come Paese, come cultura ma anche come popolo. Mi piace quell’aria mistica e misteriosa che ancora conserva, mi piace il caos ordinato di veicoli e persone nel centro della città.
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Cosa ti ha stupito di questo viaggio e dei luoghi che hai visitato  e cosa ti ha lasciato l’amaro in bocca?

Mi hanno stupito i colori dei templi, il rumore delle auto e delle moto nel centro della città e le bizzarre regole della strada o dei pedoni. Mi hanno stupito i sorrisi della gente per strada e in orfanotrofio e la loro cordialità quando ti vedevano in difficoltà. Mi ha stupido l’odore inteso di gelsomino intrecciato nei capelli delle ragazze la domenica vicino al tempio. Il dormire tutti insieme per terra, uno addosso all’altro senza sentire caldo. Il guardare tutti insieme la TV il fine settimana, in silenzio, con meraviglia.
La parte più difficile da digerire erano le domeniche in orfanotrofio quando vedevo alcuni degli orfani di madre e padre aspettare davanti al portone per una giornata intera con la speranza che qualche familiare venisse a trovarli. E il piangere disperato quando si faceva sera e si realizzava che non sarebbe venuto nessuno. Li vedevi consolarsi a vicenda, farsi forza e riprendere a giocare ma con il volto triste, segnato dalle lacrime.
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Qual è stato il momento più bello di questo viaggio?

 

Il momento più bello è stato quando ho tirato fuori la macchina fotografica ed ho iniziato a fotografare tutti nell’orfanotrofio.

 

Si respirava un aria allegra ed emozione. Tutti in fila a mettersi in posa da soli, con il migliore amico e via…una foto dopo l’altra. E poi il guardare la tv insieme, io al centro e 5/6 bambini intorno a me a prendersi le coccole.

 

Rimarranno sempre nella mia memoria i loro sorrisi e i loro volti. Spero di ritornare un giorno e spero si ricordino di me così come io di loro.

 

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